I personaggi di Zanna Bianca - Henry e Bill
"Davanti e dietro, intrepidi e indomabili faticavano i due uomini che non erano ancora morti". Dopo un prologo di rara bellezza, il romanzo di London entra subito nel vivo di un viaggio disperato: due pionieri, una cassa da morto e una fila di cani da slitta sfidano "la potenza di un mondo remoto, estraneo e inerte come gli abissi dello spazio". Un branco di lupi "maledettamente affamati" è sulle loro tracce, e il silenzio assoluto della notte artica è "rotto solo dalle grida dei loro inseguitori". La desolazione dell'Alaska e le profondità dell'universo promanano dallo stesso spaesamento di fronte alla Natura; e Jack London, il cercatore d'oro, il lupo di mare, il materialista indomito, si limita a una semplice similitudine per descrivere la lotta atavica tra uomo e ambiente.
Lo fa con straordinaria efficacia, dando al Wild un volto privo di orpelli ("il suo spirito appariva come quello della tristezza stessa") e riducendo all'osso gli elementi della scena.
Quel che più colpisce, nondimeno, è l'idea di evocare le insidie del Grande Nord attraverso i corpi viventi di Henry e Bill, le prime comparse umane in una narrazione interamente sbilanciata dalla parte dell'animale. Questi "meschini avventurieri" percorrono il deserto di ghiaccio senza un movente: non sapremo mai cosa li spinge ad affrontarne i terrori (una missione, un bisogno, una promessa fatta al terzo uomo della compagnia, che giace sconfitto dentro la bara?). E a London (come ad ogni scrittore che si rispetti) non interessa affatto il perchè di un'ingloriosa avventura, ma il suo "come": le innumerevoli avversità, l'inseguimento, il qui ed ora della lotta per la vita esprimono la sua visione del mondo meglio di qualunque riflessione intorno al destino della specie e agli abissi della natura. "Hanno avuto uomini migliori di te e di me" - afferma Bill riferendosi ai lupi - e basta una frase scarna per comprendere appieno i meccanismi fondamentali dell'evoluzione.
Henry e Bill restano quel che sono, due anonimi "becchini in un mondo di fantasmi", così insignificanti di fronte al Wild da svanire insieme al proprio carico dopo poche pagine. Ma il fatto stesso di affidare il preludio della narrazione a questi pionieri sporchi e cattivi, temprati dall'asprezza della Corsa all'Oro e fedeli alle leggi non scritte della frontiera, suona ancora come un colpo di genio. Con loro scompaiono dal racconto i segni della civiltà (la conta dei cani, le poche cartucce rimaste, le miglia che separano i due malcapitati da Fort MacGuerry e dalla salvezza...) e i piccoli espedienti familiari alla specie umana (il razionamento dei viveri, la caccia alla lupa, il cerchio di fuoco). La stessa demarcazione tra uomo e animale finisce per essere fagocitata dalla "muraglia di tenebre" dell'inverno polare. E grazie a un abile lavoro di sottrazione, da vero giocatore d'azzardo, London può vantarsi di aver già lanciato, a nostra insaputa, la sua carta migliore: prima che il lettore incontri un protagonista, o elabori un pattern di decodifica, il Sound più elementare della vita - "l'urlo della fame" che sovrasta tanto il mondo degli uomini quanto quello dei lupi, e che risponde unicamente ai moniti "di una vastità infinita e di un decreto irrevocabile" - si è già impadronito di lui, imponendogli una cadenza nuda e cruda, avulsa da qualunque finzione. Che bell'incipit Mr. London!